mercoledì 2 aprile 2008

PARIS '68

una scena di "a Bout De Souffle" di Jean Luc Godard

Amo la vie bohème e tutto ciò che ad essa è connesso. L'amicizia.

Le piccole cose meravigliose della vita.

Le piccole emozioni che possono essere immense e eterne.

La follia, poichè è arte pura.

Il liquore al cioccolato!

Scrivere. Ridere.

Sognare, viaggiare con la fantasia... parlare, ascoltare.

Suonare e cantare.

Cogliere l'attimo e seguire il cuore e l'istinto il più possibile.

Riflettere.

Psicanalizzarmi e psicanalizzare.

Amo la vita!

domenica 23 marzo 2008


Teen spirits


La vera storia degli Alchemyq


Questa è solo una storia...frutto della fantasia o realmente accaduta,chi può dirlo...è solo una storia,nient'altro che una storia...mi va di raccontarla,mi va di essere il protagonista...la scrivo così come mi passa per la testa...non voglio pensare se mi è accaduta veramente o è solo un delirio della mia immaginazione...ma se fosse realmente accaduta,beh, è stata indimenticabile.

...GRAZIE A ROBERTO PER LA COLLABORAZIONE...



Fumo di sigaretta e lunghi capelli confusi nel delirio frenetico delle Vic Firth; dita piene di anelli che scivolano sicure ed energiche sulle quattro corde; la camicia strappata sul petto nudo esposto alla fame del pubblico, già ebbro del torrenziale fiume di decibel. Il led rosso che non smette di pulsare, le valvole che gemono di rabbia in un ruggente orgasmo di watt, le pelli tese allo spasmo, le corde continuamente stuprate dalla furia del plettro.

Questi erano gli Alchemyq: non potrò mai ricordarli in modo diverso.

Tutto cominciò durante una lezione di storia come ce ne sono tante; li vedevo seduti, loro tre, visibilmente annoiati e già inseparabili, ognuno intento a fare altro: Luke leggeva avidamente “On the road”, perso nel suo quotidiano delirio a stelle e strisce; Fancisco sorseggiava sottobanco una Heineken ascoltando un vecchio disco dei Sex Pistols, sognando di cavalcare la sua chitarra purosangue come Steve Jones: GOD SAVE THE QUEEN!

Roy aveva già finito di spennare a poker i due gonzi del banco avanti; tutto come al solito, insomma. Fu in quel momento che ebbe l’idea di fondare una band, lui e gli altri inseparabili compagni: il temibile professor Padovani stava discorrendo di magia ed alchimisti…

Stop! Alchimisti: sarebbero stati i nuovi alchimisti del rock!

Sul nome, Alchemyq, furono tutti e tre d’accordo, meno su chi sarebbe stato il leader. Decisero che Francisco sarebbe stato il virtuoso carismatico da consacrare alle folle, Luke il batterista dannato, bello e senz’anima, Roy la silenziosa guida nell’ombra, genio visionario e tormentato.

Ancora ricordo quel 16 Novembre di tanti anni fa, quelle note ancora acerbe ma già impressionanti che scaturivano dalla saletta del loro liceo. Durò poco: dopo un paio di mesi tentarono di soffocarli, chiudendo la sala per farvi un’altra palestra. I tre dovettero chiedere asilo al loro vecchio amico Serge, che accettò di diventare il loro mecenate e li ospitò presso i suoi studi di St. Peter Park, colpito dall’incredibile talento dei tre.

Se ne accorsero anche alla loro scuola, pentendosi di averli allontanati, e li invitarono alla prestigiosa kermesse di fine anno insieme alla guest star Max Ceciolo, famosissimo pianista jazz italoamericano. Il rifiuto fu immediato ed inappellabile. Solo una cosa avrebbe potuto far loro cambiare idea: il calore e l’affetto dei vecchi fan. Alla fine accettarono.

Ancora mi riecheggiano nella mente le note della loro musica sublime. Fu un enorme successo, ma finì tragicamente troppo presto: dopo appena venti minuti Francisco si accasciò privo di sensi sul palco sbronzo di whisky e rock, colpito da un coma etilico. All’apice del successo gli Alchemyq furono costretti a separarsi nell’attesa che Francisco vincesse la sua battaglia con il peggior nemico che una rockstar possa avere.

Almeno trecento persone si assiepavano davanti ai St. Peter Park Studios, quasi un anno dopo: ragazze da sogno si strappavano i capelli, disposte a fare qualunque cosa pur di varcare quella porta, mentre i membri della loro cover band li acclamavano a gran voce, sfoggiando la t-shirt ufficiale del gruppo: gli Alchemyq erano tornati!

Qualche sera dopo sarebbe nato il loro più grande successo. Nacque tutto per caso, durante uno dei soliti sfrenati party a casa di Francisco. Luke fumava distrattamente la sua ennesima Camel mentre Jo, la sua groupie preferita, gli leggeva una raccolta di ballate irlandesi; Francisco strimpellava invece pigramente a bordo piscina la sua chitarra, per una volta acustica, insieme a Cloe, la sua donna: partì come un gioco, diventò un successo: era nata “Molly Is Alive”.

Gli alberi fioriti di Primavera furono la cornice del loro album, realizzato insieme ad uno dei più richiesti produttori di allora: Alex Tokyo, già al lavoro con gli Unforgettable Fire di Andreas Gentle, loro grande amico e rivale, e con il virtuoso percussionista di origini castigliane Manuel de la Vega. L’immediato successo in classifica contribuì a rendermi ancora più impaziente di vedere finalmente di nuovo gli alchimisti all’opera sul palco.

Il 25 Aprile di quell’anno così bello e così maledetto ero uno dei 25.000 che assiepavano il Joe’s Garage, per un concerto destinato ad entrare nella leggenda. Accompagnati da ospiti straordinari come Andreas Gentle alla seconda chitarra, la vocalist Tina Nuzzo e per l’occasione Sander Beat alla batteria, per permettere a Luke di calarsi alla perfezione nei suoi nuovi panni di vocalist, i tre eseguirono tutti i loro classici e chiusero nel delirio generale con la trionfale “Molly Is Alive”, con il nuovo, strepitoso duetto di Luke e Tina.

Sembrava l’inizio di una nuova gloriosa stagione, ma finì troppo presto. Non posso dimenticare quel maledetto trillo che mi annunciò che Francisco era stato trovato esanime, soffocato dal suo stesso vomito, e la voce disperata di Cloe, la donna che più di tutte lo aveva amato, sempre al suo fianco nella sua battaglia. Ma ormai era tutto finito, e Francisco quella battaglia l’aveva persa.

Curai personalmente l’organizzazione del concerto tributo a Francisco, unica occasione in cui venne suonata “Lady Of My Dreams”, ultima fatica rimasta incompiuta e dedicata a quella donna ideale che tutti cercano e che forse Francisco aveva trovato in Cloe. C’ero anch’io il giorno in cui Roy e Luke giurarono in lacrime, sulla tomba piena di fiori, che gli Alchemyq erano morti insieme a lui.

Così finisce la storia della band che più di tutte ho amato, e a chi si chiede chi sono… risponderò: “semplicemente il più grande fan degli Alchemyq, sin da quando li ho visti nascere tra i banchi di scuola snobbando le mie lezioni di storia per inseguire i loro sogni di giovani spiriti.”

venerdì 14 marzo 2008

"The Mark" al Detour by Superga Cinema

La redazione del mensile “SupergaCinema” nella incantevole sala Detour di via Urbana 47 (fermata metro Cavour) avrà il piacere di presentarvi giovedì 20 marzo alle 20.45 (circa) l’horror indipendente “The Mark". Alla fine della proiezione seguirà un dibattito con il produttore Davide Mancori e lo sceneggiatore Andrea Materia…

venerdì 29 febbraio 2008

Gregory Crewdson ... l'occhio di Lynch!!!








Gegory Crewdson "Untitled". Dalla serie "Twilight", 1998-2002
Courtesy of the artists and Luhring Augustine, New York



"Untitled/senza titolo"... Non c’è una foto che abbia il titolo.

Quando Gregory Crewdson , adolescente incazzato di Brooklyn, aspirante musicista, con una valigia piena di sogni di rock’n roll fondò la band "The Speedies" non avrebbe mai immaginato che la canzone "Let Me Take Your Photo" sarebbe stata profetica per quello che lui sarebbe diventato nella sua vita.

Dopo un viaggio originale e immaginifico attraverso la ri-scoperta dei capolavori di Stanley Kubrick e l’espressionismo astratto di Mark Rothko, il Palazzo Delle Esposizioni, spazio di cultura e suggestioni propone la mostra fotografica dell’artista americano che voleva diventare una rock star ( dal 19 dicembre 2007 al 2 marzo 2008).

Un viaggio senza fermate che attraverso i suoi scatti ci proietta nell’America suburbana condita da riferimenti a film e miti di Hollywood : le produzioni hollywoodiane (spesso indicatrici accurate dello stato emotivo del paese) , ed i film di David Lynch e Steven Spielberg hanno influito particolarmente sulla sua opera.

Le sue immagini hanno qualcosa di speciale. Guardandole, infatti, si ha la sensazione di osservare la scena di un film, con la differenza che quello che abbiamo sotto gli occhi sarà l’unico fotogramma che vedremo. Il fotogramma di un mondo apparentemente idilliaco come in un sogno cinematografico inquietante, pervaso di oscurità e mistero. Sulla scia del saggio sul perturbante di Freud (“Das Unheimliche”), Crewdson riesce a creare mondi fotografici complessi e particolareggiati, in cui l'iconografia del paesaggio e dell'America suburbana appaiono come metafore delle nevrosi, delle ansie e dei desideri del fotografo stesso, specchi di una società intenta a confrontarsi con gli abissi della propria coscienza collettiva. Una società ipnotizzata, alienata da se stessa quanto dalla fragile realtà in cui si aggira come sonnambula.

sabato 23 febbraio 2008

TIM BURTON- INDAGINE SU UN REGISTA AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO

Di Luca Imperiale

Ci sono autori che, trovando forte ispirazione in un universo proprio e inattaccabile dall’esterno, costruiscono percorsi inconsueti che riconducono sempre, anche quando cambia il luogo, il tempo e lo spazio della narrazione, alla suggestione originaria che li ha innescati.

Del genio di Tim Burton, del suo iperbolico mondo onirico cantato con folle malinconia e vibrante fantasia, possiamo trovare tracce evidenti già nei due corti – uno, in realtà, è un mediometraggio – che lo hanno imposto all’attenzione del magico mondo della settima arte: Vincent e Frankenweenie. Due piccoli gioielli che si diversificano per durata (il primo cinque, il secondo venticinque minuti) e per tecnica di narrazione visiva, ma che trovano comunanza nel sintetizzare i motivi immaginifici e letterari della poetica cinematografia del regista californiano. Vincent è il padre di tutti i meravigliosi, agrodolci, quasi titanici personaggi burtoniani; è colui che comincia idealmente a portare con sé i semi che hanno alimentato lo sbocciare di Edward, il giovane dalle mani di forbice. Edward è la storia di quelle sensibilità che finiscono per essere distrutte, dopo troppe ferite; di quelle anime che forse non hanno soltanto qualcosa di umano, e devono fuggire gli uomini per poter respirare e nella solitudine essere, esistere e creare;

Tim Burton è un regista dalla straordinaria sensibilità nei confronti del “diverso”: a voler stabilire un parallelismo con un artista italiano, la corrispondenza più autentica può riconoscersi nello spirito delle opere di Tiziano Sclavi, creatore di Dylan Dog. Naturalmente e felicemente inclini al gotico, sono artisti capaci di intuire, riconoscere e rappresentare la poesia e la dolcezza del “mostro”.

Così il regista “al di sopra di ogni sospetto”, negli anni, come un moderno Peter Pan ci ha preso per mano e ci ha portato nella sua isola che non c’è :che parte dal surreale, wildiano e stravagante “Beetlejuice”, spettrale commedia nella quale sono i fantasmi ad avere ospiti fino ad arrivare a “La sposa cadavere” pellicola che rasenta altezze di poesia ed incanto difficilmente superabili. Una storia magnifica, agrodolce e malinconica, come si conviene al grande cineasta, calata in un contesto fuori dal tempo e donata al pubblico attraverso protagonisti di plastilina incarnanti attori reali.

E’ come se, come ho già scritto mesi fa in occasione del Leone d’oro alla carriera conquistato a Venezia, questo tenebroso punk geniale e fortunato, prendesse la mano dello spettatore e rinnovasse una promessa che suona grossomodo così: «Con questa mano dissipo i tuoi affanni. Il tuo calice non sarà mai vuoto, perché io sarò il tuo vino. Con questa candela illuminerò il tuo cammino nelle tenebre. Con questo anello ti chiedo di essere mio». A noi non resta che dire di sì e sperare, ardentemente, che questo amore vero non abbia mai fine.

mercoledì 30 gennaio 2008

LICENZA POETICA



Ogni blog è la libera espressione di una persona, del suo stato d'animo dei suoi ideali, delle sue paure, dei propri sogni... Grazie a Francesco per le parole di Charles Bukowski...


Charles Bukowski

L'anima libera è rara, ma quando la vedi la riconosci, soprattutto perché provi un senso di benessere quando gli sei vicino

_WELCOME _ PEOPLE

io devo reagire e sparare veloce / per proteggere il mio mondo personale / dalle bocche di quelli / che lo avrebbero masticato / e impedito a nutrirsi del proprio cibo / trarre suoni nuovi da vecchi suoni / e parole nuove da vecchie parole / e non preoccuparsi delle regole / perché ancora non sono state fatte /

sabato 12 gennaio 2008

MA IL CIELO E' SEMPRE PIU' BLU - Il mio tributo a Rino Gaetano



Rino Gaetano aiuta a ritrovarti e scava nel profondo una amarezza quasi impalpabile.


Il mio primo pensiero dopo una lunga settimana passata per lo più ad ascoltare la sua musica, i suoi testi... una settimana in cui le note di "Aida" e di tutte le altre canzoni si diffondevano dallo stereo della mia camera.
Oltre a un grande vuoto Rino Gaetano ha lasciato canzoni ancora tutte attualissime e rivisitate dai molti interpreti. Rino Gaetano ironico ma non banale era sempre vicino a piccoli e grandi temi di ogni giorno. Difensore dei contadini e del Sud Italia, nemico dei giochi politici e di potere racconta spaccati di vita che a distanza di 26 anni non sono cambiati per nulla.
Se "Il cielo e' sempre piu blu" fa venire i brividi, la storia di Rino Gaetano ancora di piu'.

Autore di canzoni graffianti e appassionate, paladino del Sud e degli sfruttati, nemico giurato di tutti i politici, Rino Gaetano è uno dei songwriter di culto della scena italiana. Ha cantato un'Italia grottesca negli anni della tensione e delle P38. Dopo la sua morte, le sue canzoni sono state riscoperte negli anni e saccheggiate senza ritegno. Ma la denuncia sociale celata dietro l'ironia delle sue filastrocche resta ancora attualissima.