




Patti Smith and Jim Carroll Jim Carroll (born James Dennis Carroll, August 1, 1950 in New York City) is an author, poet, autobiographer, and punk musician. Carroll is best known for his 1978 autobiographical work The Basketball Diaries, which was made into the 1995 film of the same name with Leonardo DiCaprio as Carroll.
Raised in New York City and of Irish descent, Carroll attended Roman Catholic grammar schools from 1955 to 1963. In fall 1963, he entered public school, but was soon awarded a scholarship to the elite Trinity School (a private school). He entered Trinity High School in 1964.
Apart from being interested in writing, Carroll was an all-star basketball player throughout his grade school and high school career. He entered the "Biddy League" at age 13 and participated in the National High School All Star Game in 1966. During this time, Carroll was living a double life as heroin addict who prostituted himself to afford his habit. By age 15, Carroll was using heroin, but was also writing poems and attending poetry workshops at St. Mark's Poetry Project.
Carroll attracted the attention of the local literati, and published his first book, Organic Trains, at age 17. Several of his poems have been published in such magazines as Paris Review and Poetry. In 1970, his second collection of poems, 4 Ups and 1 Down was published, and he started working for Andy Warhol. At first, he was writing film dialogue and inventing character names; later on, Carroll worked as the co-manager of Warhol's Theater. Carroll's first above-ground publication, the collection Living At The Movies, was published in 1973.
In 1978, Carroll authored The Basketball Diaries, an autobiographical book concerning his life as a teenager in New York City's hard drug culture. Diaries is an edited collection of the diaries he kept between the ages of twelve and sixteen, detailing his sexual experiences, high school basketball career, and his addiction to heroin, which began when he was 13.
Also in 1978, Carroll formed The Jim Carroll Band, a New Wave/punk rock group, with encouragement from Patti Smith. The band was formerly called Amsterdam, based in the San Francisco Bay Area. The musicians were Steve Linsley (bass), Wayne Woods (drums), Brian Linsley and Terrell Winn (guitars). They released a single "People Who Died", from their 1980 debut album, Catholic Boy; the album featured contributions from Allen Lanier and Bobby Keys. The song appeared in the 1982 blockbuster film E.T., as well as 2004's Dawn of the Dead, and was covered by John Cale on his Antártida soundtrack. Later albums were Dry Dreams (1982) and I Write Your Name (1983), both with contributions from Lenny Kaye. Carroll has also collaborated with musicians Lou Reed, Blue Öyster Cult, Boz Scaggs, Ray Manzarek of The Doors, Pearl Jam, and Rancid.
In the mid-1980s, Carroll returned to writing full time and began to appear regularly on the spoken word circuit. Since 1991, Carroll has performed readings from his unfinished first novel, tentatively titled The Petting Zoo.









Quanto segue l'ho "preso in prestito" dal MySpace di Giulia... Purtroppo l'evento è già passato... ma mi andava comunque di dargli spazio su queste pagine (WEB!)... Fino a qualche giorno fa non conoscevo Evio Botta, non sapevo neanche chi fosse... da Evio ho imparato una lezione che porterò nel cuore e che mi servirà ogni volta che in questa società così avidamente materialista, così consumista (anch'io faccio la mia parte!!!), così ipocrita (soldi-famiglia-lavoro, produci-consuma crepa!!!), mi troverò solo a combattere con uno straccio di ideali nella valigia... Penso che quello che ho imparato si possa più o meno tradurre così:"È solo dopo aver perso tutto che siamo liberi di fare qualsiasi
una scena di "a Bout De Souffle" di Jean Luc GodardAmo la vie bohème e tutto ciò che ad essa è connesso. L'amicizia.
Le piccole cose meravigliose della vita.
Le piccole emozioni che possono essere immense e eterne.
La follia, poichè è arte pura.
Il liquore al cioccolato!
Scrivere. Ridere.
Sognare, viaggiare con la fantasia... parlare, ascoltare.
Suonare e cantare.
Cogliere l'attimo e seguire il cuore e l'istinto il più possibile.
Riflettere.
Psicanalizzarmi e psicanalizzare.
Amo la vita!

Teen spirits
La vera storia degli Alchemyq
Fumo di sigaretta e lunghi capelli confusi nel delirio frenetico delle Vic Firth; dita piene di anelli che scivolano sicure ed energiche sulle quattro corde; la camicia strappata sul petto nudo esposto alla fame del pubblico, già ebbro del torrenziale fiume di decibel. Il led rosso che non smette di pulsare, le valvole che gemono di rabbia in un ruggente orgasmo di watt, le pelli tese allo spasmo, le corde continuamente stuprate dalla furia del plettro.
Questi erano gli Alchemyq: non potrò mai ricordarli in modo diverso.
Tutto cominciò durante una lezione di storia come ce ne sono tante; li vedevo seduti, loro tre, visibilmente annoiati e già inseparabili, ognuno intento a fare altro: Luke leggeva avidamente “On the road”, perso nel suo quotidiano delirio a stelle e strisce; Fancisco sorseggiava sottobanco una Heineken ascoltando un vecchio disco dei Sex Pistols, sognando di cavalcare la sua chitarra purosangue come Steve Jones: GOD SAVE THE QUEEN!
Roy aveva già finito di spennare a poker i due gonzi del banco avanti; tutto come al solito, insomma. Fu in quel momento che ebbe l’idea di fondare una band, lui e gli altri inseparabili compagni: il temibile professor Padovani stava discorrendo di magia ed alchimisti…
Stop! Alchimisti: sarebbero stati i nuovi alchimisti del rock!
Sul nome, Alchemyq, furono tutti e tre d’accordo, meno su chi sarebbe stato il leader. Decisero che Francisco sarebbe stato il virtuoso carismatico da consacrare alle folle, Luke il batterista dannato, bello e senz’anima, Roy la silenziosa guida nell’ombra, genio visionario e tormentato.
Ancora ricordo quel 16 Novembre di tanti anni fa, quelle note ancora acerbe ma già impressionanti che scaturivano dalla saletta del loro liceo. Durò poco: dopo un paio di mesi tentarono di soffocarli, chiudendo la sala per farvi un’altra palestra. I tre dovettero chiedere asilo al loro vecchio amico Serge, che accettò di diventare il loro mecenate e li ospitò presso i suoi studi di St. Peter Park, colpito dall’incredibile talento dei tre.
Se ne accorsero anche alla loro scuola, pentendosi di averli allontanati, e li invitarono alla prestigiosa kermesse di fine anno insieme alla guest star Max Ceciolo, famosissimo pianista jazz italoamericano. Il rifiuto fu immediato ed inappellabile. Solo una cosa avrebbe potuto far loro cambiare idea: il calore e l’affetto dei vecchi fan. Alla fine accettarono.
Ancora mi riecheggiano nella mente le note della loro musica sublime. Fu un enorme successo, ma finì tragicamente troppo presto: dopo appena venti minuti Francisco si accasciò privo di sensi sul palco sbronzo di whisky e rock, colpito da un coma etilico. All’apice del successo gli Alchemyq furono costretti a separarsi nell’attesa che Francisco vincesse la sua battaglia con il peggior nemico che una rockstar possa avere.
Almeno trecento persone si assiepavano davanti ai St. Peter Park Studios, quasi un anno dopo: ragazze da sogno si strappavano i capelli, disposte a fare qualunque cosa pur di varcare quella porta, mentre i membri della loro cover band li acclamavano a gran voce, sfoggiando la t-shirt ufficiale del gruppo: gli Alchemyq erano tornati!
Qualche sera dopo sarebbe nato il loro più grande successo. Nacque tutto per caso, durante uno dei soliti sfrenati party a casa di Francisco. Luke fumava distrattamente la sua ennesima Camel mentre Jo, la sua groupie preferita, gli leggeva una raccolta di ballate irlandesi; Francisco strimpellava invece pigramente a bordo piscina la sua chitarra, per una volta acustica, insieme a Cloe, la sua donna: partì come un gioco, diventò un successo: era nata “Molly Is Alive”.
Gli alberi fioriti di Primavera furono la cornice del loro album, realizzato insieme ad uno dei più richiesti produttori di allora: Alex Tokyo, già al lavoro con gli Unforgettable Fire di Andreas Gentle, loro grande amico e rivale, e con il virtuoso percussionista di origini castigliane Manuel de la Vega. L’immediato successo in classifica contribuì a rendermi ancora più impaziente di vedere finalmente di nuovo gli alchimisti all’opera sul palco.
Il 25 Aprile di quell’anno così bello e così maledetto ero uno dei 25.000 che assiepavano il Joe’s Garage, per un concerto destinato ad entrare nella leggenda. Accompagnati da ospiti straordinari come Andreas Gentle alla seconda chitarra, la vocalist Tina Nuzzo e per l’occasione Sander Beat alla batteria, per permettere a Luke di calarsi alla perfezione nei suoi nuovi panni di vocalist, i tre eseguirono tutti i loro classici e chiusero nel delirio generale con la trionfale “Molly Is Alive”, con il nuovo, strepitoso duetto di Luke e Tina.
Sembrava l’inizio di una nuova gloriosa stagione, ma finì troppo presto. Non posso dimenticare quel maledetto trillo che mi annunciò che Francisco era stato trovato esanime, soffocato dal suo stesso vomito, e la voce disperata di Cloe, la donna che più di tutte lo aveva amato, sempre al suo fianco nella sua battaglia. Ma ormai era tutto finito, e Francisco quella battaglia l’aveva persa.
Curai personalmente l’organizzazione del concerto tributo a Francisco, unica occasione in cui venne suonata “Lady Of My Dreams”, ultima fatica rimasta incompiuta e dedicata a quella donna ideale che tutti cercano e che forse Francisco aveva trovato in Cloe. C’ero anch’io il giorno in cui Roy e Luke giurarono in lacrime, sulla tomba piena di fiori, che gli Alchemyq erano morti insieme a lui.



Quando Gregory Crewdson , adolescente incazzato di Brooklyn, aspirante musicista, con una valigia piena di sogni di rock’n roll fondò la band "The Speedies" non avrebbe mai immaginato che la canzone "Let Me Take Your Photo" sarebbe stata profetica per quello che lui sarebbe diventato nella sua vita.
Dopo un viaggio originale e immaginifico attraverso la ri-scoperta dei capolavori di Stanley Kubrick e l’espressionismo astratto di Mark Rothko, il Palazzo Delle Esposizioni, spazio di cultura e suggestioni propone la mostra fotografica dell’artista americano che voleva diventare una rock star ( dal 19 dicembre 2007 al 2 marzo 2008).
Un viaggio senza fermate che attraverso i suoi scatti ci proietta nell’America suburbana condita da riferimenti a film e miti di Hollywood : le produzioni hollywoodiane (spesso indicatrici accurate dello stato emotivo del paese) , ed i film di David Lynch e Steven Spielberg hanno influito particolarmente sulla sua opera.
Le sue immagini hanno qualcosa di speciale. Guardandole, infatti, si ha la sensazione di osservare la scena di un film, con la differenza che quello che abbiamo sotto gli occhi sarà l’unico fotogramma che vedremo. Il fotogramma di un mondo apparentemente idilliaco come in un sogno cinematografico inquietante, pervaso di oscurità e mistero. Sulla scia del saggio sul perturbante di Freud (“Das Unheimliche”), Crewdson riesce a creare mondi fotografici complessi e particolareggiati, in cui l'iconografia del paesaggio e dell'America suburbana appaiono come metafore delle nevrosi, delle ansie e dei desideri del fotografo stesso, specchi di una società intenta a confrontarsi con gli abissi della propria coscienza collettiva. Una società ipnotizzata, alienata da se stessa quanto dalla fragile realtà in cui si aggira come sonnambula.
Di Luca ImperialeCi sono autori che, trovando forte ispirazione in un universo proprio e inattaccabile dall’esterno, costruiscono percorsi inconsueti che riconducono sempre, anche quando cambia il luogo, il tempo e lo spazio della narrazione, alla suggestione originaria che li ha innescati.
Del genio di Tim Burton, del suo iperbolico mondo onirico cantato con folle malinconia e vibrante fantasia, possiamo trovare tracce evidenti già nei due corti – uno, in realtà, è un mediometraggio – che lo hanno imposto all’attenzione del magico mondo della settima arte: Vincent e Frankenweenie. Due piccoli gioielli che si diversificano per durata (il primo cinque, il secondo venticinque minuti) e per tecnica di narrazione visiva, ma che trovano comunanza nel sintetizzare i motivi immaginifici e letterari della poetica cinematografia del regista californiano. Vincent è il padre di tutti i meravigliosi, agrodolci, quasi titanici personaggi burtoniani; è colui che comincia idealmente a portare con sé i semi che hanno alimentato lo sbocciare di Edward, il giovane dalle mani di forbice. Edward è la storia di quelle sensibilità che finiscono per essere distrutte, dopo troppe ferite; di quelle anime che forse non hanno soltanto qualcosa di umano, e devono fuggire gli uomini per poter respirare e nella solitudine essere, esistere e creare;
Tim Burton è un regista dalla straordinaria sensibilità nei confronti del “diverso”: a voler stabilire un parallelismo con un artista italiano, la corrispondenza più autentica può riconoscersi nello spirito delle opere di Tiziano Sclavi, creatore di Dylan Dog. Naturalmente e felicemente inclini al gotico, sono artisti capaci di intuire, riconoscere e rappresentare la poesia e la dolcezza del “mostro”.
Così il regista “al di sopra di ogni sospetto”, negli anni, come un moderno Peter Pan ci ha preso per mano e ci ha portato nella sua isola che non c’è :che parte dal surreale, wildiano e stravagante “Beetlejuice”, spettrale commedia nella quale sono i fantasmi ad avere ospiti fino ad arrivare a “La sposa cadavere” pellicola che rasenta altezze di poesia ed incanto difficilmente superabili. Una storia magnifica, agrodolce e malinconica, come si conviene al grande cineasta, calata in un contesto fuori dal tempo e donata al pubblico attraverso protagonisti di plastilina incarnanti attori reali.
E’ come se, come ho già scritto mesi fa in occasione del Leone d’oro alla carriera conquistato a Venezia, questo tenebroso punk geniale e fortunato, prendesse la mano dello spettatore e rinnovasse una promessa che suona grossomodo così: «Con questa mano dissipo i tuoi affanni. Il tuo calice non sarà mai vuoto, perché io sarò il tuo vino. Con questa candela illuminerò il tuo cammino nelle tenebre. Con questo anello ti chiedo di essere mio». A noi non resta che dire di sì e sperare, ardentemente, che questo amore vero non abbia mai fine.

io devo reagire e sparare veloce / per proteggere il mio mondo personale / dalle bocche di quelli / che lo avrebbero masticato / e impedito a nutrirsi del proprio cibo / trarre suoni nuovi da vecchi suoni / e parole nuove da vecchie parole / e non preoccuparsi delle regole / perché ancora non sono state fatte /

